Pirandello si fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato, negatore di ogni certezza, del tutto incompatibile con l’ansia attivistica o relativistica – positiva – del suo tempo.
Il pensiero pirandelliano si fonda sul rapporto tra Vita (mobile e fluida) e Forma. La vita è un impulso vitale autentico, appunto un flusso inarrestabile che scorre nell’individuo; la FORMA è l’insieme degli accordi e degli inganni che la società impone all’individuo, costringendolo ad un’esistenza inautentica. Per le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in italiano e in siciliano) e circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali incompleto.
Pirandello parte dal verismo o naturalismo dominante nella seconda metà dell’ ottocento e che voleva un’ opera d’ arte vera, che sembrasse fatta dalla natura o fattasi da sé e nella quale la mano dell’ autore non si dovesse vedere. Verga impersonalità, regressione. Una grande differenza, quindi, tra il Decadentismo di D’Annunzio e quello di Pirandello, sta nel fatto che il primo sembra mistificare la realtà opponendole dei falsi miti, mentre il secondo con occhio lucido affronta la realtà e la sua crisi nel primo Novecento.
Il contrasto tra vita e forma
Luigi Pirandello svolge una ricerca inesausta sull’identità della persona nei suoi aspetti più profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ogni persona ha di sé, sia le relazioni che intrattiene con gli altri. Influenzato dalla filosofia irrazionalistica di fine secolo, in particolare di Bergson, Pirandello ritiene che l’universo sia in continuo divenire e che la vita sia dominata da una mobilità inesauribile e infinita. L’uomo è in balia di questo flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta, inutilmente, di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere, ma che finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai riconoscersi o alle quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso alla propria esistenza.[61]
Se l’essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire, quindi fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è impossibile fissare la vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e forma, accompagnerà l’autore in tutta la sua produzione evidenziando la sconfitta dell’uomo di fronte alla società, dovuta all’impossibilità di fuggire alle convenzioni di quest’ultima se non con la follia. Solo il “folle”, che pure è una figura sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla maschera, e in questo caso può avere un’esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le maschere, la propria identità (Maschere nude è infatti il titolo della raccolta delle sue opere teatrali).[61]
Questa riflessione, che si rispecchia nelle varie opere con accenti ora lievi ora gravi e tragici, è stata, per opera soprattutto dello studioso Adriano Tilgher, interpretata come un sistema filosofico basato sul contrasto tra la Vita e la Forma, che talvolta ha fatto esprimere alla critica un giudizio negativo delle ultime opere precedenti al “teatro dei miti”, accusate a volte di “pirandellismo”, cioè di riproporre sempre lo stesso schema di lettura.[61]

Il relativismo psicologico o conoscitivo
| «La verità? è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola – Ah! – E la seconda moglie del signor Ponza – Oh! E come? – Sì; e per me nessuna! nessuna! – Ah, no, per sé, lei, signora: sarà l’una o l’altra! – Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede. (…) Ed ecco, o signori, come parla la verità.» |
| (Dialogo finale di Così è (se vi pare)) |
Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il relativismo psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel rapporto interpersonale, e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha con sé stessa.
Gli uomini nascono liberi ma il Caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro scelta: l’uomo nasce in una società precostituita dove a ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi.
Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l’io vorrebbe manifestarsi in modo diverso: solo per l’intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne un’altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de Il fu Mattia Pascal.
L’uomo dunque non può capire né gli altri né tanto meno sé stesso, poiché ognuno vive portando – consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente – una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di personalità diverse e inconoscibili.
Queste riflessioni trovano la più esplicita manifestazione narrativa nel romanzo Uno, nessuno e centomila:
- Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche particolari;
- Centomila perché l’uomo ha, dietro la maschera, tante personalità quante sono le persone che ci giudicano;
- Nessuno perché, paradossalmente, se l’uomo ha centomila personalità diverse, invero, è come se non ne possedesse nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo vero “io”.[62]
L’incomunicabilità
Il relativismo conoscitivo e psicologico su cui si basa il pensiero di Pirandello si scontra con il conseguente problema dell’incomunicabilità tra gli uomini: poiché ogni persona ha un proprio modo di vedere la realtà, non esiste un’unica realtà oggettiva, ma tante realtà quante sono le persone che credono di possederla e dunque ognuno ha una propria “verità”.
L’incomunicabilità produce quindi un sentimento di solitudine ed esclusione dalla società e persino da sé stessi, poiché proprio la crisi e frammentazione dell’io interiore crea diversi io discordanti. Il nostro spirito consiste di frammenti che ci fanno scoprire di essere “uno, nessuno, centomila”.
I personaggi dei drammi pirandelliani, come il Vitangelo Moscarda del romanzo Uno, nessuno e centomila e i protagonisti della commedia Sei personaggi in cerca di autore, di conseguenza avvertono un sentimento di estraneità dalla vita che li fanno sentire «forestieri della vita»[63], nonostante la continua ricerca di un senso dell’esistenza e di un’identificazione di un proprio ruolo, che vada oltre la maschera, o le diverse e innumerevoli maschere, con cui si presentano al cospetto della società o delle persone più vicine.
La reazione al relativismo
Reazione passiva
L’uomo accetta la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gli altri tendono a identificarlo. Ha provato sommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere ma, incapace di ribellarsi o deluso dopo l’esperienza di vedersi attribuita una nuova maschera, si rassegna. Vive nell’infelicità, con la coscienza della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che gli altri gli fanno vivere per come essi lo vedono. Accetta alla fine passivamente il ruolo da recitare che gli si attribuisce sulla scena dell’esistenza. Questa è la reazione tipica delle persone più deboli come si può vedere nel romanzo Il fu Mattia Pascal.
Reazione ironico – umoristica

Il soggetto non si rassegna alla sua maschera però accetta il suo ruolo con un atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno esempio varie opere di Pirandello come: Pensaci Giacomino, Il giuoco delle parti e La patente. Il personaggio principale di quest’ultima opera, Rosario Chiàrchiaro, è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è sfuggito da tutti ed è rimasto senza lavoro. Il presunto iettatore non accetta l’identità che gli altri gli hanno attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato. In questo modo avrà un nuovo lavoro: chi vuole evitare le disgrazie che promanano da lui dovrà pagare per allontanarlo. La maschera rimane ma almeno se ne ricava un vantaggio.
Reazione drammatica
L’uomo, accortosi del relativismo, si renderà conto che l’immagine che aveva sempre avuto di sé non corrisponde in realtà a quella che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io.
Vuole togliersi la maschera che gli è stata imposta e reagisce con disperazione. Non riesce a strapparsela e allora se è così che lo vuole il mondo, egli sarà quello che gli altri credono di vedere in lui e non si fermerà nel mantenere questo suo atteggiamento sino alle ultime e drammatiche conseguenze. Si chiuderà in una solitudine disperata che lo porta al dramma, alla pazzia o al suicidio. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la voluta follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’inconsistenza.
Solo e unico modo per vivere, per trovare il proprio io, è quello di accettare il fatto di non avere un’identità, ma solo centomila frammenti (e quindi di non essere “uno” ma “nessuno”), accettare l’alienazione completa da sé stessi. Tuttavia la società non accetta il relativismo, e chi lo fa viene ritenuto fuori di testa. Esemplari sono i personaggi dei drammi Enrico IV, dei Sei personaggi in cerca d’autore, o di Uno, nessuno e centomila.
”Pirandello parte dal verismo o naturalismo dominante nella seconda metà dell' ottocento e che voleva un' opera d' arte vera, che sembrasse fatta dalla natura o fattasi da sé e nella quale la mano dell' autore non si dovesse vedere. Verga impersonalità, regressione.



